Parlando di seduzione, andiamo inevitabilmente a parlare di amore; di cos’è, di cosa dovrebbe o non dovrebbe essere.

L’atto della seduzione implica il convincere qualcuno a reputarci “amorevoli”, meritevoli d’amore; se renderci tali è un qualcosa che si può arbitrariamente provocare, se ha senso la stessa espressione “conquistare qualcuno”questo pòtrebbe voler dire, in prima istanza, che l’amore che si può provare per qualcuno non è per forza un’affinità elettiva, una scelta che, in realtà, rivela quanto di piu’ profondo ed autentico c’è in noi
C’è un brano esemplare a proposito di Ortega Y Gasset, che prendo dal suo “Scelta in amore”:

“Ci sono situazioni, circostanze vitali in cui, senza rendersene conto, l’essere umano svela gran parte della sua intimità più decisiva, di quello che autenticamente è. Una di queste situazioni è l’amore. Nella scelta dell’amata l’uomo rivela la propria essenza, così come la donna in quella dell’amato. Il tipo di umanità che mostriamo di preferire nell’altro essere delinea il profilo del nostro cuore”

Se così è, e stiamo dicendo che l’amore svela una parte essenziale di noi stessi, il pensare che si possa indurre in qualcuno amore per la nostra persona, mercè tecniche e strategie, sembrerebbe implicare che questo amore è non autentico, è un inganno, è dovuto al fumo negli occhi che gettiamo grazie alle arti seduttive. E che quindi il vero amore nasca da solo e senza forzature, come un fiore di campo, come l’arcobaleno dopo la pioggia: da sé, senza interventi della volontà, di nessuno dei due.
Siamo, a mio avviso, di fronte ad un mito della contemporaneità: la mistica della sincerità.
Si sceglie una persona per quello che è, non per l’immagine artefatta che lui è riuscito a farci pervenire (pensando sopratutto che ci si possa spacciare per diversi da quello che siamo)

Per quanto vecchio di 2500 anni, il mito platonico dell’androgino segato in 2 da Zeus a causa della sua Hybris, della sua tracotanza, è più che mai vivo e vegeto: molti hanno la pretesa d’affermare che esistono persone destinate in qualche modo l’una all’altra; e che, a prescindere da strategie, tattiche e quant’altro, nel momento dell’incontro, esse si “sapranno riconoscere”; riconosceranno nell’altro la metà mancante della “mela originaria”; se pensiamo l’eros in questo modo, come riconquista della nostra parte perduta, è chiaro che non c’è proprio spazio per la conquista di chi non ci sia già destinato; bisogna sol sperare di trovare il nostro complementare.

Chi sostiene questa posizione, ha spesso la pretesa d’affermare che, se i due, al momento dell’incontro, non si prendono, non si riconoscono, allora “non era destino”, “non erano fatti per stare insieme”
Convincere qualcuno ad amarci, convincere qualcuno, che non sia in realtà la nostra metà complementare, significa ingannarlo.

Ed è precisamente questa l’idea che si continua ad avere della seduzione: l’arte dell’inganno. Lo stesso Don Giovanni è il personaggio dell’inganno, del travestimento, delle maschere. Come dice molto bene Umberto Curi :
“Don Giovanni – questo, per esempio sia nella versione di Molière, che soprattutto nella versione di Mozart e Da Ponte – ama travestirsi [...]il modello del seduttore seduce solo a condizione di apparire diverso da come è, seduce soltanto travestendosi e, quindi, come se non fosse sicuro del proprio aspetto per poter essere un seduttore [...]Don Giovanni per indurre Zerlina a compiacere ai suoi desideri, gli deve promettere ciò che poi egli non ha nessuna intenzione di mantenere, cioè promette a Zerlina di sposarla. Anche questo è un travestimento”

Una cosa che in pochi sono disposti a riconoscere è che tutti ingannano (chi volendolo, chi non volendolo); ed il campo amoroso è il territorio eletto dell’inganno; i maschi ingannano, siano essi latin lover, o sfigati totali. E, soprattutto, le femmine ingannano; il trucco, l’abbigliamento, il fare ritroso, le strategie, non costituiscono forse l’essenza del comportamento femminile? La loro suprema preoccupazione non è quella di piacere ad ogni costo, curando meticolosamente il loro apparire, al fine di poter accalappiare il tipo che le piaccia? Non sono educate a far questo da sempre? Di cosa parlano le riveste femminili se non di questo?
Come ben dice Carmelo Bene nella sua autobiografia:

“qualunque donna, civettando di un lutto appena accaduto o di Immanuel Kant, estrarrà all’improvviso dalla trousse un po’ d cipria, del rossetto,schiuderà uno specchiettino e comincerà scimmiescamente a pittarsi [...] è il trucco di che consistono; credono di restaurare la facciata, invece sprofondano nel nulla”

Che dire invece del Lucien de Rubembrè delle Illusioni perdute (Balzac), il quale “non poteva immaginare il cambiamento prodotto da una sciarpa al collo, un abito grazioso, una pettinatura elegante nella persona di Louise”, rimanendo del tutto sorpreso di fronte alla metamorfosi della donna, che non a caso gli “appare irriconoscibile”?

Cambiamo per un secondo prospettiva, e leggiamo cosa scrive Francesco Alberoni:

“L’innamoramento rende timidi, rispettosi, adoranti. Il ragazzo innamorato perciò prova orrore vedendo che la sua amata gli preferisce uno che non l’ama ma è brillante, sbruffone, sa farla ridere, divertire. E la ragazza innamorata resta allibita vedendo che l’uomo più forte, più intelligente cede di fronte alle moine, ai vezzi, alla seduzione sessuale di donne mediocri ma spregiudicate.
Così nel profondo del loro cuore tanto i maschi come le femmine temono che l’amore profondo, vero, sincero sia pericoloso perché l’altro è sensibile solo all’artificio, alla manipolazione. Questa paura spinge tutti e due a studiare l’arte della seduzione. Con essa imparano a recitare per ottenere i loro scopi”

Oltre a metter in evidenza la necessarietà di certi inganni, questo brano mostra che, là dove dovremmo essere più onesti, più noi stessi, cioè nel momento in cui amiamo, là in realtà non riusciamo a mostrarci per quel che siamo; preda del sentimento, e della paura di dis-piacere l’altro, diventiamo questa volta sul serio artefatti, incoerenti, goffi; l’amore sembrerebbe quindi una paralisi, una castrazione dell’agire, una deformazione ed una alterazione, in genere peggiorativa, di noi stessi.

Ultimo punto, quello dove volevo arrivare: ma siamo sicuri che manipolare, alterare e mentire, costituiscano una reale mancanza di sincerità? Voglio dire, siamo certi che dire cagate a tutto spiano impedisca a chi ci sta di fronte di coglierci, di capire chi si trova davanti? Di afferrare la cifra personale della persona che ci si propone?Siamo davvero certi che una parola fasulla, o un aspetto alterato, impedisca all’altro di riconoscerci?
Fin qui abbiamo presupposto il concetto di sincerità; abbiamo dato il suo significato per scontato, intendendolo nel senso di “aderenza tra pensiero interno e comportamento, e sopratutto con la parola esterna; si è sinceri nel momento in cui si dice quel che si pensa; si è sinceri quando non c’è inganno perpetrato ai danni dell’altro”
Io non credo sia realmente valida una definizione del genere: ritengo che le persone fin troppo spesso si autoingannano, e pensano cose non realmente loro, cose non in accordo con la loro natura profonda. Ma non per questo diremo di trovarci di fronte a dei truffatori.

Il mio pensiero, quello che ritengo al momento, è che l’unica vera autenticità non risieda nei pensieri, nelle parole, ma nello stile: più importante di quel che si dice, è il come lo si dice; più importante del pensiero conscio di una persona, è quel quid non razionalizzabile di una persona, quella sorta di cifra personale che, dinanzi ad una persona, e parlando di quella persona, ci consente di dire: si, è proprio lui
La mia idea è che, a dispetto di paradossi, ironie, menzogne, e quanto altro, nella parola e nell’azione, al di là delle intenzioni, l’agente rivela se stesso; e questo perchè le persone, allo stesso modo in cui Giovanni Morelli * riconosceva l’autenticità delle opere d’arte dai più piccoli dettagli, come le orecchie, le unghia delle mani ecc, così le persone si rivelano nei dettagli: in un sorriso, in un sopracciglio inarcato, in un dato gesto della mano, o in una oscillazione del piede; è in tutti queste piccole cose, molto più che in quello che noi crediamo di sorvegliare e controllare, che viene fuori chi siamo

La rivelazione di sé è quindi un fenomeno che va al di là della nostra volontà: ci si rivela, e questo a prescindere da quel che noi si faccia, a prescindere da quel che noi si dica

*http://www.instoria.it/home/giovanni_morelli.htm