Fin da piccolo avevano insegnato a Kurghan che il tempo cancella tutto. Non era vero.
Il tempo cancella le cose poco importanti, quelle che in fondo si vuole dimenticare. Ma non cancella le cose che ti hanno solcato. Quelle lasciano dei segni, ed ogni volta che ti guardi, quei segni ti riportano al'evento che li ha generati. Erano ormai anni che Kurghan non provava più emozioni. A quansiasi ora del giorno si alzasse, riconosceva la posizione del sole come fosse la lancetta di un orologio stanco. Sapeva perfettamente quello che era successo prima nonostante non lo avesse visto e sapeva quello che sarebbe successo dopo, perchè lo aveva gia visto.
Da quando era andata via la sua principessa Kurghan vagava in una sorta di limbo, sospeso dal suolo ed incapace di andare avanti o indietro. Il mondo scorreva senza più interessarlo. IN realtà, nonostante Kurghan avesse decine di interessi, non era più interessato a nulla.
Talvolta si svegliava di soprassalto per uscire da un incubo nel quale riviveva il momento dell'abbandono, il momento nel quale più di tutti si era sentito impotente. Come quella mattina successiva al giorno del compleanno della sua Principessa.
Il terzo sogno di Kurghan.
Si sentiva odore di mare. Era un appartamento al mare dove una figura che kurghan percepiva come sua madre era accanto ad un letto ad una piazza e mezza, circondato da spondine. Nel letto un malato grave, che Kurghan ivedeva come suo padre. Nella stanza anche la principessa, che con una sorta di bastone cercava di spostare una palla arancione grande come un'aracia che stava sul pavimento. Era una operazione complessa e Kurghan cercava di autarla. La principessa doveva andare via perchè doveva cambiare casa e Kurghan voleva andare ad aiutarla. Ma il padre malato si sedette sul letto con uno sguardo anomalo. Kurghan si girò verso di lui e si rese conto che suo padre stava morendo. Voleva andare con la sua principessa per aiutarla, ma non poteva andarsene mentre suo padre moriva. Un senso di oppressione incurvò lo sterno di Kurghan, mentre la principessa usciva sola dalla casa. Ma Kurghan non poteva seguirla...
Il risveglio.
Kurghan si svegliò agitato sbracciando fra le lenzuola. La sensazione di oppressione e bruciore erano reali: era ansia. Una ansia incontenibile alla quale cercò di sfuggire correndo verso la porta di casa ed affacciandosi sul panorama antistante. Il sole ancora non aveva iniziato a scaldare la terra come si addice ad ogni 9 aprile che si rispetti. TRafelato si piegò sul parapetto come se dovesse dar di stomaco, ma quel senso di vuoto acido ed opprimente non usciva ne si poteva seminare.
Kurghan provò a mettere un po' di musica. Ma era inutile: qualsiasi cosa avesse sentito negli anni passati con la principessa, gli ricordava Lei. E quasisi cosa avesse sentito dopo, nel periodo del dolore, gliela ricordava comunque. Kurghan non poteva cambiare vita e per questo non poteva dimenticare la sua principessa. Se chiudeva gli occhi, vedeva gli occhi di lei che lo guardavano. Se li apriva, vedeva oggetti che lei aveva toccato. I cambiamenti erano stati inutili: per non vederla in ogni angolo, avrebbe dovuto cambiare casa, paese, stato e probabilmente lingua. Capitava infatti che parlasse da solo usando gli stessi termini infantileggianti che avevano coniato insieme. Quel linguaggio elementare che ogni coppia di innamorati inventa ed usa per interfacciarsi con le cose del mondo. Kurghan era intriso della Principessa: ed anche se avesse cambiato il mondo uscendo da ogni abitudine, non poteva uscire da se stesso.
C'era stato un periodo simile nella vita di Kurghan. Un periodo che aveva profondamente segnato la sua vita e lo aveva portato ad isolarsi per leccarsi le ferite. Un periodo nel quale Kurghan aveva comunque mantenuto la gioia di vivere. Quel periodo durò 7 anni, poi, per caso, una stellina rossa lo fece ripartire facendogli riscoprire l'entusiasmo di tornare ad esplorare il mondo. Ma ora era diverso.
Kurghan si rese conto che non poteva andare avanti in quel modo e che qualcosa nel suo intercedere per l'universo doveva cambiare. Non poteva più assistere, doveva riprendere ad esistere.