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Sulla felicità ed il desiderio

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Sulla felicità ed il desiderio

« del: 07 Settembre 2009, 23:44:23 »

Uno dei principali errori che siamo portati a compiere consiste nel pensare che la felicità ci giunga dall’esterno; diventerò felice se lui/lei finalmente si accorgerà di me e mi amerà; diventerò felice se mi laureerò con 110; diventerò felice se farò quel viaggio in quella meta esotica di cui parlano tutti. Quello di cui voglio convincervi è che quella non può essere felicità, in quanto, se risultasse davvero legata alla presenza di un elemento esterno, cui è connaturato l’esser del tutto contingente, la stessa felicità risulterebbe del tutto momentanea; ne risulterebbe che:
1) la felicità dipende dal fatto che ci succedano determinate cose
2) diventiamo felici in quanto prima non avevamo quelle cose, e soffrivamo di questa mancanza; mentre ora siamo felici in quanto ce l’abbiamo
3) ma se la felicità ci è data dal realizzarsi, dal conseguire, dall’appropriarsi di cose che ci mancavano, vediamo che quest’idea che ho proposto è autocontraddittoria: una volta che ho conseguito qualcosa, esso non mi interessa piu’, e dovrò andare alla ricerca di altre cose, ritrovandomi di nuovo nella spirale desiderio-conseguimento-noia-desiderio
4) da quanto detto, sembrerebbe che la felicità coincida anche con la sofferenza, in quanto, nel momento in cui conseguo qualcosa, ho un istante di felicità, dovuto all’ averla conseguita; ma nel momento stesso sono già stanco, perchè il mio desiderio di quella cosa piu’ non sussiste; e sarò sofferente a causa di un’altra cosa che mi manca.
L’errore sta nel percepirsi come esseri che mancano di qualcosa, che sarebbero di piu’ e meglio se avessero (sia in termini materiali, sia in termini di capacità personali) di piu’; se siamo carenti di qualcosa, e la maggior parte delle volte che si attiva in noi questo pensiero è dovuto al paragonarsi ad altri, vuol dire che non andiamo bene così come siamo; se non andiamo bene, di fatto non ci stimiamo abbastanza, ed andremo in giro per il mondo con la consapevolezza di non valere quanto dovremmo valere (in quanto usciamo sconfitti dal confronto con tizio o con caio).
Quello che voglio dire non è che in realtà andiamo benissimo come siamo, e non dobbiamo sforzarci di migliorare, di sviluppare le nostre capacità ecc; il mio scopo è mostrarvi che, quando proiettiamo l’immagine di noi nel futuro, e parlo di un’immagine in cui finalmente saremo belli, forti, ricchi, pieni di donne ecc, alla base vi è la mancanza di accettazione di quello che siamo hic et nunc: percepisco che non sono abbastanza, ma tramite un gioco di prestigio della mente, mi convinco che in futuro lo sarò, ed in qualche modo preservo il mio precario equilibrio psichico. Con buona evidenza non accettiamo il nostro nucleo profondo, che non è cambiabile, per quanto molti si sforzino di farcelo credere. Volendo utilizzare una immagine kierkergardiana, l’uomo che non si accetta, che non vuole esser se stesso, è totalmente ed irrimediabilmente disperato: è disperato perchè vuole una cosa impossibile: esser diverso da se stesso.
Ricapitolando: la felicità non può essere legata ad eventi esterni; trova certamente una base di condizioni oggettive sulle quali svilupparsi (le condizioni di cui parlavano i greci per il conseguimento dell’eudaimonia), ma sono condizioni (forse, neanche troppo a mio avviso) necessarie, certamente non sufficienti; non posso sperare in alcun modo che, se non vado bene per me stesso, e mi penso come un ometto insipido, stupido e gretto, poi, come d’incanto, a mo’ di principe azzurro (o di fata turchina), arriverà qualcuno che mi salverà dall’essere quel che sono, facendomi assurgere ad un rango superiore.
Il non accettarsi, il non voler vivere quello che siamo ora, fa si che non viviamo: si, non viviamo, ma siamo in attesa, di un futuro illusorio (e consolatorio) in cui finalmente poter vivere. Ma non esiste da vivere altro che il presente: devi vivere adesso, non rifugiarti in quello che è stato, o in quello che speri potrà essere. Guardatevi dentro, guardate le vostre meschinerie, il vostro essere invidiosi, gelosi, rabbiosi, il vostro essere stupidi ( e non è un atto d’accusa nei confronti del lettori: è un discorso generale in cui sono ovviamente incluso anche io): mettetevi in condizione di osservarvi, senza condannarvi; che sia una osservazione senza condanna; ma non rifugiatevi nella cecità, nel non voler guardare. Siete in grado di vivere con voi stessi così come siete, e non nell’illusione di essere (o poter essere) qualcos’altro? Se riuscirete ad accettarvi, accetterete anche gli altri; se accettate senza condannare il vostro essere invidiosi, accetterete anche il fatto che gli altri possano esserlo; il vostro diventerà uno sguardo comprensivo, perchè avrete capito cos’è l’essere umano; capire ed accettare se stessi è il primo passo per capire ed accettare gli altri; stare bene con se stessi, ugualmente, è il primo passo per stare bene anche con gli altri. Questa è la base per poter essere felici( ammesso che questo termine abbia un senso, io preferirei parlare di uno stato di calma, in cui siamo recettivi di quanto ci accade, e non piu’ ciechi come quando siamo ostacolati dalla sofferenza).

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Re: Sulla felicità ed il desiderio

« Risposta #1 del: 08 Settembre 2009, 00:19:06 »

è un discorso già sentito, ma che non mi trova d'accordo.

dici: sarò felice se farò X, ma una volta ottenuto X non mi interessa più e andrò alla ricerca di qualcos'altro che mi faccia felice.

controesempi: sarò felice se farò il viaggio in quella meta, ebbene la mia felicità durerà per tutto il soggiorno in quella meta, quindi non è così istantanea o momentanea.

sarò felice se guadagnerò 5000 euro al mese lavorando 3 ore al giorno. ebbene, una volta ottenuto ciò, potrò godere i frutti di tale risultato e godermi quei soldi, comprare ciò che voglio o chicchessia.

sarò felice se mi innamorerò della persona giusta e starò con lei. ebbene, l'amore è un viaggio che può durare per tutta la vita, sebbene sia costellato di momenti felici e momenti tristi.

ci sarebbero altri esempi, ma concludo dicendo che a parole è molto facile stipulare il "contratto della felicita" ed essere felici sempre. un po'meno lo è a fatti.

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Re: Sulla felicità ed il desiderio

« Risposta #2 del: 08 Settembre 2009, 01:24:09 »

Chiaro, non mi invento nulla di nuovo; gli uomini riflettono su queste cose da 2000 e passa anni! Prendila come una riflessione ad alta voce su questi temi!  Wink

A mio modo di vedere gran parte dei nostri ragionamenti è viziata da un errore di fondo della società occidentale, che si pone in un'ottica dell'avere e non dell'essere (secondo una definizione di erich fromm); ci sentiamo sempre come esseri deficitari, che mancano di qualcosa, e che se lo devono andare a prendere; e questo deficit è sempre inteso a mezzo del confronto con gli altri; tizio ha piu' di me, io devo riuscire ad avere come tizio; mi mancano delle cose, ergo vado in giro per il mondo a cercare le cose che mi faranno sentire di piu'; ma, concretamente, in base a cosa interpreto le mie mancanze? Posto che mi manchi qualcosa, chi da una concreta risposta a questo bisogno? Io ( e non solo io) dico che a delle ragioni nostre, intime e personali, si sovrappone una "logica secondo l'altro", che a qualcuno piace chiamare Matrix.   
Ad una ragione intima, profonda, che conosciamo solo noi, se ne sovrappone una esterna, la ragione secondo l’altro; una risposta che ci permea, che facciamo nostra, che ci viene fatta fare nostra, nel momento in cui veniamo a far parte di una società, che ha delle sue regole, dei suoi comandamenti, che, mercé il linguaggio, ci viene marchiata a fuoco. E’ la logica secondo l’altro. E’ la logica della società che, nel momento in cui da un nome ai nostri desideri, nel momento in cui interpreta quelle che sono le nostre mancanze secondo determinati termini e modalità, ci fornisce, con questo stesso atto, l’interpretazione che noi stessi ci, poi, auto-forniremo. La logica della società ci rende degli alienati nel momento in cui, rispondendo in un determinato modo ai nostri desideri profondi, ci fornisce una rappresentazione di quello stesso desiderio; diventiamo così degli alienati, nel senso di essere alienati da noi stessi, perchè non vediamo piu’ il nostro desiderio in profondità, ma siamo spinti a leggere quel desiderio, ormai inconoscibile, in base alla rappresentazione che ci viene fornita. Nel momento in cui ci si dice che il desiderio X, è desiderio, per dire una banalità qualunque, di “latte”, noi, nel momento in cui ci rendiamo conto di quel desiderio, lo leggiamo già come desiderio di latte, e provvederemo ad esaudirlo procurandoci (o cercando di procurarci) del latte. Il problema risiede precisamente in questo: non possiamo piu’ sapere di cosa avevamo bisogno, di cosa nel nostro intimo piu’ profondo noi volessimo, perchè ci hanno insegnato a leggerlo e cercare di esaudirlo in quel determinato modo. E quindi siamo alienati da noi stessi. Noi sappiamo qualcosa di quello che desideriamo perchè un altro (la famiglia in genere, come primo intermediario nella nostra vita della logica sociale;in termini freudiani, essi  sono i principali edificatori del super-ego) ci ha detto quello che vogliamo; ma cosa noi realmente volessimo, rimane a quel punto un mistero!
Siamo diventanti, parafrasando S. Agostino, sono diventato, un problema per me stesso. Un problema che, però, spesse volte non riesce neanche ad esser percepito come tale: le persone sono così ottenebrate da queste false risposte, che non riescono ad accorgersi che queste non possono soddisfare i propri bisogni.
Che, se errata è l’interpretazione di quel che voglio, votato al fallimento, a maggior ragione, risulterà il tentativo di soddisfare il mio bisogno.
Se false sono le risposte, devo rinunciare a queste per ottenere la mia felicità, e rivolgermi altrove.
Io credo che bisogna passare da una logica del prendere, ad una logica del dare(darsi); una logica dello spendersi nel mondo; e questa non è un apologia dell'altruismo (che non può esistere); io lo chiamo egoismo-altruista; sto parlando di quell’agire che, per sua natura ha caratteristiche di cui beneficiano anche gli altri, ma non perchè noi vogliamo il bene degli altri; no. Solo perchè non possiamo fare a meno di spenderci! Volendo fare un esempio: Un artista è altruista? No se lo intendiamo nel senso comune del termine. Si se, invece, lo vediamo nella prospettiva che sto indicando. Il suo produrre opere d’arte non è volto a dare benessere agli altri; no, probabilmente egli vuole la gloria, il riconoscimento; ma, piu’ al fondo della questione, egli non può che produrre arte; gli è necessario. E producendo, come effetto secondario ottiene che, chi è in grado di comprenderlo, goda della bellezza che l’artista crea. O, se intendiamo, come ritengo anche corretto, l’arte come strumento di conoscenza, comprendiamo qualcosa di piu’ circa il mondo che ci circonda. Volendo usare un barbaro linguaggio da economista, l’altruismo diviene una esternalità, una conseguenza non intenzionale delle nostre azioni volontarie. Questo è l’egoismo che propugno: un’egoismo che non trattiene e non si trattiene, ma si espande all’esterno; ed espandendosi, fa si che diamo e ci diamo agli altri, in generale al mondo. Io voglio una vita che non sia mera autoconservazione; sempre nella fossa finiremo; voglio la spesa incondizionata di noi stessi; voglio che la vita nel mio petto espoda e si riversi all'esterno; come il sole, che non può trattenere la sua energia per quanto questa è immensa, e fa si che la riversi nell'universo, e, grazie ad esso, la terra sia un pianeta accogliente e vivo!
Dopo questo delirio notturno, concludo con un citazione nietzscheana:

"O, grande astro, che sarebbe la tua felicità se non avessi quelli a cui risplendi! Benedici la coppa che vuole traboccare, che l’acqua ne trabocchi dorata e porti dappertutto il riflesso della tua beatitudine. Guarda! Di nuovo questa coppa vuol vuotarsi, e Zarathustra vuole ridiventare uomo”

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Re: Sulla felicità ed il desiderio

« Risposta #3 del: 08 Settembre 2009, 09:50:50 »

Citato da: nad84 il 08 Settembre 2009, 01:24:09

Questo è l’egoismo che propugno: un’egoismo che non trattiene e non si trattiene, ma si espande all’esterno; ed espandendosi, fa si che diamo e ci diamo agli altri, in generale al mondo. Io voglio una vita che non sia mera autoconservazione; sempre nella fossa finiremo; voglio la spesa incondizionata di noi stessi; voglio che la vita nel mio petto espoda e si riversi all'esterno;

Il post iniziale mi ricorda molto l'eudemonologia di Schopenauer, che condivido in buona misura (soprattutto il discorso essere vs. avere e quello sentire vs. riconoscimento). Lui però arriva a concludere che per essere felici convenga in buona sostanza starsene in solitudine e farsi i cazzi propri; tu, senza negare il fondamentale egoismo umano, trovi la giustificazione per una vita sociale attiva.
Grazie per lo spunto, +1  Kiss

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Re: Sulla felicità ed il desiderio

« Risposta #4 del: 08 Settembre 2009, 10:29:37 »

Citato da: james.mar il 08 Settembre 2009, 00:19:06

sarò felice se guadagnerò 5000 euro al mese lavorando 3 ore al giorno. ebbene, una volta ottenuto ciò, potrò godere i frutti di tale risultato e godermi quei soldi, comprare ciò che voglio o chicchessia.

Smentisco con cognizione di causa...  Wink Questo è un classico caso in cui aumenta la sicurezza, ma la felicità non cambia di una virgola.
La mia definizione di felicità è empirica e molto semplice: avere una buona sicurezza del fatto che qualsiasi cosa si affronti nella vita possa essere piu' o meno raggiunta. Ne discende ovviamente la necessità di avere desideri realistici, ed essere in grado di tracciare percorsi per raggiungerli.

« Ultima modifica: 08 Settembre 2009, 10:31:20 da ^X^ »

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Re: Sulla felicità ed il desiderio

« Risposta #5 del: 08 Settembre 2009, 10:35:54 »

Citato da: ^X^ il 08 Settembre 2009, 10:29:37

Smentisco con cognizione di causa...  Wink Questo è un classico caso in cui aumenta la sicurezza, ma la felicità non cambia di una virgola.
La mia definizione di felicità è empirica e molto semplice: avere una buona sicurezza del fatto che qualsiasi cosa si affronti nella vita possa essere piu' o meno raggiunta. Ne discende ovviamente la necessità di avere desideri realistici, ed essere in grado di tracciare percorsi per raggiungerli.

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Re: Sulla felicità ed il desiderio

« Risposta #6 del: 08 Settembre 2009, 10:51:28 »

Citato da: james.mar il 08 Settembre 2009, 10:35:54

guadagni 5000 euro al mese lavorando 3 ore al giorno? dimmi come fai!   Cheesy Cheesy Cheesy

Questo non è rilevante, sul serio. Quello che mi premeva sottolineare è che da quando ho iniziato a lavorare a oggi, il mio stipendio (zero rendite e zero evasione giusto per essere chiari) è quadruplicato, mentre invece le ore di lavoro si sono grossomodo ridotte del 30%.
Ma questo non ha inciso di una virgola sulla mia felicità, che come spiegavo sopra è rimasta costante nel tempo perchè evidentemente dipende da altri fattori che sono rimasti costanti nel tempo.

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Re: Sulla felicità ed il desiderio

« Risposta #7 del: 08 Settembre 2009, 11:02:10 »

Citato da: ^X^ il 08 Settembre 2009, 10:51:28

Questo non è rilevante, sul serio. Quello che mi premeva sottolineare è che da quando ho iniziato a lavorare a oggi, il mio stipendio (zero rendite e zero evasione giusto per essere chiari) è quadruplicato, mentre invece le ore di lavoro si sono grossomodo ridotte del 30%.
Ma questo non ha inciso di una virgola sulla mia felicità, che come spiegavo sopra è rimasta costante nel tempo perchè evidentemente dipende da altri fattori che sono rimasti costanti nel tempo.

tranquillo, era solo una battuta.

è che io sono un giovane 21enne immaturo che non ha ancora carpito il segreto della felicità e che non ha voglia di ammazzarsi di lavoro (leggi lavorare in consulenza 14 ore al giorno, che prima era un mio obiettivo). tale giovane immaturo ha però in mente che il denaro è una determinante fondamentale nella vita (purtroppo bisogna mangiare, avere un tetto ecc.ecc), e seguire un corso di studio per garantirsi un lavoro che gli permetta di vivere anche più che dignitosamente non è il massimo: è lavorare per vivere. è vedersi forse costretti ad abbandonare sogni, aspirazioni, hobbies, passioni e altro non per un lavoro gratificante ma per un lavoro che semplicemente consente di vivere (che magari è anche un lavoro interessante, ma che non rende liberi).
la mia felicità è svegliarmi la mattina, guardarmi allo specchio, pensare a ciò che dovrò fare durante la giornata e chiedermi "se fosse l'ultimo giorno della tua vita, lo passeresti così?" e rispondermi "si".
la prospettiva lavorativa indicata porterebbe troppe volte a rispondermi "no".
e il denaro potrebbe risolvere questi problemi.
perlomeno, ora che sono giovane immaturo e squattrinato la vedo così.

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Re: Sulla felicità ed il desiderio

« Risposta #8 del: 08 Settembre 2009, 11:18:05 »

Citato da: james.mar il 08 Settembre 2009, 11:02:10

la mia felicità è svegliarmi la mattina, guardarmi allo specchio, pensare a ciò che dovrò fare durante la giornata e chiedermi "se fosse l'ultimo giorno della tua vita, lo passeresti così?" e rispondermi "si".
la prospettiva lavorativa indicata porterebbe troppe volte a rispondermi "no".
e il denaro potrebbe risolvere questi problemi.
perlomeno, ora che sono giovane immaturo e squattrinato la vedo così.

+1 e applausi! Anch'io nel primo periodo universitario, complice la frequentazione di certe persone, mi ero mpazzito pensando di voler lavorare in consulenza, o in grosse banche d'affari; e in quel periodo credevo fosse una cosa fighissima! Col tempo mi sono ricreduto e, come ben dici anche tu, ho compreso che lavorare 14 ore al giorno, per cose di cui magari manco mi importa troppo, significa buttare nel cesso l'esistenza; se non mi rimane piu' il tempo di leggere, di suonare, di amare, se guadagno una barca di soldi, ma non ho il tempo di godermeli realmente, che caxxo di vita è? Inoltre, e perdonate l'off topic, a me pare che dopo decenni di lotte sindacali ed operaie per conquistare un orario di lavoro decente, tutto questo ora sia andato a fare in culo! Le persone lavorano con ritmi da schiavi, ed è pure contenta di farlo! Parlando cn degli amici, questi mi dicevano :" si, ma devi fare così! Inoltre non è male come vedi, magari lavori per 10 anni fino alle 11 di sera, poi piano fai carriera, e puoi un po' delegare, fin quando arrivi ad essere un pezzo grosso e te ne vai alle 6! Ma io dico: siamo pazzi?

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Re: Sulla felicità ed il desiderio

« Risposta #9 del: 08 Settembre 2009, 11:28:51 »

Precisamente nad (ma sei gestionale anche tu, od economista??).
Ho fatto il tuo stesso percorso, e anch'io complici certe persone (amico che seppur in gamba non viveva, e ora fa il master alla LBS): mesi fa ero fissato per MCK, Bain, BCG ecc. ma sapevo dentro di me che qualcosa non andava. dopo un periodo di 2 mesi e mezzo con ZERO uscite, 5-6 ore di sonno per notte, e 15 ore al giorno di studio, ho capito cosa non andava.
mesi fa ho assistito alla presentazione di UBS (famosa banca). Project Manager di 30 anni, alpha, carismatico, figo (probabilmente truccato per coprire le occhiaie..): "molto presto potrete permettervi questa", e indica sullo schermo un'American Express Black Card, "ma non avrete il tempo di usarla".
Non è vita.
La vita felice è ben altro.

E non siamo troppo OT, visto che si parla di felicità e come ottenerla.

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Re: Sulla felicità ed il desiderio

« Risposta #10 del: 08 Settembre 2009, 11:35:34 »

Citato da: james.mar il 08 Settembre 2009, 11:02:10

tranquillo, era solo una battuta.

è che io sono un giovane 21enne immaturo che non ha ancora carpito il segreto della felicità e che non ha voglia di ammazzarsi di lavoro (leggi lavorare in consulenza 14 ore al giorno, che prima era un mio obiettivo). tale giovane immaturo ha però in mente che il denaro è una determinante fondamentale nella vita (purtroppo bisogna mangiare, avere un tetto ecc.ecc), e seguire un corso di studio per garantirsi un lavoro che gli permetta di vivere anche più che dignitosamente non è il massimo: è lavorare per vivere. è vedersi forse costretti ad abbandonare sogni, aspirazioni, hobbies, passioni e altro non per un lavoro gratificante ma per un lavoro che semplicemente consente di vivere (che magari è anche un lavoro interessante, ma che non rende liberi).
...

Ma infatti l'ho presa come tale! Continuiamo quindi sul discorso della felicità e dei compromessi, cosi' restiamo IT con il thread di Nad84.
Assiomi:
1) il possesso materiale e il mero verificarsi di eventi non generano felicità. Tuttavia la loro assenza puo' facilmente generare sofferenza, da cui deriva l'infelicità
2) i percorsi sono personali, e quello che ha funzionato per i nostri genitori non funzionerà necessariamente per noi. Quella che è stata la mia evoluzione, non necessariamente puo' essere facilmente l'evoluzione di qualcunaltro

Detto questo, passando al tuo caso personale, trovo che sia molto pericoloso e sbagliato fare una scelta sulle priorità prima dei 32-35 anni. Questo perchè il periodo di vita tra i 20 e i 30 anni è in assoluto il piu' produttivo dell'intera vita (in termini di crescita personale e esperienza), quindi quello che NON fai in quegli anni non potrai generalmente piu' farlo in seguito. Mentre i sacrifici che fai POTREBBERO pagare in seguito.
In quel potrebbero sta la chiave del mio discorso, che vorrei essere chiarissimo: secondo me chi non fa sacrifici oggettivi in giovane età molto difficilmente avrà la possibilità in età adulta di fare delle scelte tra carriera/soldi e se stesso. Semplicemente si trova a dover lavorare a basso livello/bassa soddisfazione per tutta la vita.
Par contre, tutto dipende da COME fai questi sacrifici: l'esempio che tu fai della consulenza è perfetto, classico e soprattutto a me ben noto. Ci sono due modi di approcciare i sacrifici necessari per lavorare in consulenza:
1) mi ammazzo di lavoro perchè cosi' divento manager e faccio un sacco di soldi. E se poi manager non lo diventi (40% dei miei ex colleghi), o ti rincoglionisci cosi' tanto da non sapere piu' che dire in una normale conversazione (altro 40% dei miei colleghi)... che fai? ti spari?
2) sopporto un carico di lavoro piu' alto del normale come condizione necessaria per poter effettuare velocemente molta esperienza, in molti contesti, divertendomi a cambiare cliente ogni 3 mesi, sentendo che la precarietà ti permette di sviluppare doti politiche e un'acutezza di ingegno e di analisi impagabile... a quel punto non c'è bisogno di un fattore ESTERNO (promozione, stipendio) per validarti. E meno ne hai bisogno, piu' questi fattori (cariche di prestigio, soldi) arrivano da soli... come per le donne.

Se uno segue la prima strada ne rimane intrappolato a vita; invece seguendo la seconda strada che ho descritto dopo qualche anno si puo' in tutta tranquillità iniziare a valutare delle scelte alternative, uscire dalla corsia di sorpasso e dedicare piu' tempo a se stessi. 
 

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Re: Sulla felicità ed il desiderio

« Risposta #11 del: 08 Settembre 2009, 14:02:47 »

Citato da: ^X^ il 08 Settembre 2009, 11:35:34

Ma infatti l'ho presa come tale! Continuiamo quindi sul discorso della felicità e dei compromessi, cosi' restiamo IT con il thread di Nad84.
Assiomi:
1) il possesso materiale e il mero verificarsi di eventi non generano felicità. Tuttavia la loro assenza puo' facilmente generare sofferenza, da cui deriva l'infelicità
2) i percorsi sono personali, e quello che ha funzionato per i nostri genitori non funzionerà necessariamente per noi. Quella che è stata la mia evoluzione, non necessariamente puo' essere facilmente l'evoluzione di qualcunaltro

Detto questo, passando al tuo caso personale, trovo che sia molto pericoloso e sbagliato fare una scelta sulle priorità prima dei 32-35 anni. Questo perchè il periodo di vita tra i 20 e i 30 anni è in assoluto il piu' produttivo dell'intera vita (in termini di crescita personale e esperienza), quindi quello che NON fai in quegli anni non potrai generalmente piu' farlo in seguito. Mentre i sacrifici che fai POTREBBERO pagare in seguito.
In quel potrebbero sta la chiave del mio discorso, che vorrei essere chiarissimo: secondo me chi non fa sacrifici oggettivi in giovane età molto difficilmente avrà la possibilità in età adulta di fare delle scelte tra carriera/soldi e se stesso. Semplicemente si trova a dover lavorare a basso livello/bassa soddisfazione per tutta la vita.
Par contre, tutto dipende da COME fai questi sacrifici: l'esempio che tu fai della consulenza è perfetto, classico e soprattutto a me ben noto. Ci sono due modi di approcciare i sacrifici necessari per lavorare in consulenza:
1) mi ammazzo di lavoro perchè cosi' divento manager e faccio un sacco di soldi. E se poi manager non lo diventi (40% dei miei ex colleghi), o ti rincoglionisci cosi' tanto da non sapere piu' che dire in una normale conversazione (altro 40% dei miei colleghi)... che fai? ti spari?
2) sopporto un carico di lavoro piu' alto del normale come condizione necessaria per poter effettuare velocemente molta esperienza, in molti contesti, divertendomi a cambiare cliente ogni 3 mesi, sentendo che la precarietà ti permette di sviluppare doti politiche e un'acutezza di ingegno e di analisi impagabile... a quel punto non c'è bisogno di un fattore ESTERNO (promozione, stipendio) per validarti. E meno ne hai bisogno, piu' questi fattori (cariche di prestigio, soldi) arrivano da soli... come per le donne.

Se uno segue la prima strada ne rimane intrappolato a vita; invece seguendo la seconda strada che ho descritto dopo qualche anno si puo' in tutta tranquillità iniziare a valutare delle scelte alternative, uscire dalla corsia di sorpasso e dedicare piu' tempo a se stessi. 

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Re: Sulla felicità ed il desiderio

« Risposta #12 del: 08 Settembre 2009, 14:29:29 »

Citato da: ^X^ il 08 Settembre 2009, 11:35:34

Assiomi:
1) il possesso materiale e il mero verificarsi di eventi non generano felicità. Tuttavia la loro assenza puo' facilmente generare sofferenza, da cui deriva l'infelicità

1) mi ammazzo di lavoro perchè cosi' divento manager e faccio un sacco di soldi. E se poi manager non lo diventi (40% dei miei ex colleghi), o ti rincoglionisci cosi' tanto da non sapere piu' che dire in una normale conversazione (altro 40% dei miei colleghi)... che fai? ti spari?
2) sopporto un carico di lavoro piu' alto del normale come condizione necessaria per poter effettuare velocemente molta esperienza, in molti contesti, divertendomi a cambiare cliente ogni 3 mesi, sentendo che la precarietà ti permette di sviluppare doti politiche e un'acutezza di ingegno e di analisi impagabile... a quel punto non c'è bisogno di un fattore ESTERNO (promozione, stipendio) per validarti. E meno ne hai bisogno, piu' questi fattori (cariche di prestigio, soldi) arrivano da soli... come per le donne.

+1 doveroso; ma sarebbe bello approndire quello che dici; in particolare, ti chiederei di distinguere meglio le due posizioni; mi pare infatti che tu propugni comunque una vita in questi ambienti (consulenza, grandi imprese, banche d'affari) , ma con uno spirito diverso; quale? e poi mi chiedo: lo fai per un po', poi basta? cambi vita dopo? ti dedichi alle tue passioni dopo che ti sei fatto i soldi? credi possibile(nella tua esperienza) farlo solo un po', o c'è il rischio di affezionarsi a quel modo di vita e non volerlo poi lasciare? E se passi poi così tanto a lavorare, dove lo trovi il tempo per "sargiare", come dicono gli americani?
Grazie

nad84

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Naddolo

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Re: Sulla felicità ed il desiderio

« Risposta #13 del: 08 Settembre 2009, 14:41:33 »

Ok, datemi qualche giorno e apro un thread piu' generale su Off-Topic o Miglioramento Personale... se non lo faccio stuzzicatemi pure finchè non mi decido.

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Re: Sulla felicità ed il desiderio

« Risposta #14 del: 08 Settembre 2009, 15:24:28 »

Ci sono quelli che lavorano per vivere e quelli che vivono per lavorare...

Quelli che lavorano per vivere, lavorano il minimo indispensabile, inteso come ore, ed il resto del tempo lo occupano altrove, per se stessi (anche stare in famiglia è tempo per se stessi).
Hanno hobby, vita sociale, fanno sport, dormono il giusto, mangiano con relativa calma, non vivono nella frenesia del "sabato sera casino a tutti i costi", ecc.
Per loro, sabato è una giornata divertente come le altre, ma senza il lavoro tra i piedi che permette di stare fuori di più...
Non hanno la carta di credito a fondo illimitato, ma possono fermarsi a salutare un'amico, fare quattro chiacchere col giornalaio, commentare la partita al bar, andare a gnocca, passeggiare in bicicletta ridendo dell'altra categoria.
L'altra categoria è quella dei poveri sfigati che vivono per lavorare.
Se non stanno lavorando, stanno mangiando per avere forze da buttare sul lavoro, stanno dormendo per prepararsi alla successiva giornata di lavoro, oppure stanno curando la loro immagine in virtù del loro lavoro, il sabato sera si sfogano a 200 all'ora in statale, sniffano come aspirapolveri, bevono come spugne e si devastano con le mignotte, perchè credono che quello sia il divìertimento che spetta a chi fa una vita del verme come loro.
Non hanno tempo per gli hobby, non hanno tempo per rilassarsi passeggiando in bicicletta, commentano la partita con altri poveri sfigati come loro, cioè durante obbligatorie sessioni di allenamento in palestra, necessario per avere almeno il fisico ok.
Guadagnano soldi a vagoni, ma non li spendono, per ovvia mancanza di tempo e di amicizie, che vanno curate.
Il peggio è la pensione, non hanno hobby, è troppo tardi per averne uno, non sanno fare altro che lavorare, o prepararsi a lavorare, i figli non hanno potuto crescerli se non marginalmente, quindi non li conoscono, la moglie ammesso che l'abbiano avuta, li ha riempiti di corna, con una scusa ha divorziato e vive di rendita...
Io ho un vicino di casa così, passa il tempo ad avvitare e svitare qualche vite dalla bicicletta, visto che ha lavorato come manutentore per tutta la vita, focalizzando la sua esistenza su quello e basta.

Quando sento genitori che, di fronte a legittime richieste di autorealizzazione personale dei loro figli, dicono ossessivamente "non ti preoccurare, pensa a studiare", che poi diventerà un immancabile "non ti preoccurare, pensa a laurearti", "non ti preoccurare, pensa a trovare lavoro", "non ti preoccurare, pensa a lavorare", mi torna in mente quel povero disgraziato che, sarà anche stato una perla di lavoratore, ma i suoi soldi non se li è goduti, ne se li godrà mai più.
Non sa stare in mezzo alla gente, non sa giocare a carte, non ha passatempi, non capisce la bellezza di una pedalata e quattro passi nel parco... insomma, non sa vivere.
Quella categoria di gente non "esiste", semplicemente "vegeta", in attesa che il sistema produttivo, non avendo più bisogno di loro, li esuli dalla loro falsa esistenza, condannandoli a morire d'inedia, o di vecchiaia dietro la scrivania, come certi 70 e passa enni incapaci di non "lavorare-esistere", ma grazie alla loro inutile caparbietà, propietari di aziende i cui frutti, andranno a figli o azionisti che aspettano come avvoltoi, di poterle liquidare.

Sfigatto, che lavora per vivere e vive per divertirsi.

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per la forza di volontà che ci metti nel superarti sempre©beeblebrox
Sono convinto che ce la farai©^X^
Bello come descrivi il sesso, dovrebbe essere sempre così©Acqua
Sei una splendida persona, dentro, fuori e ricoperto@Amica
Ottimo osservatore@Termynetor
Si vede che stai diventando forte. Continua così e tra poco ce l' avrai fatta@Shark
mi piaci, uno che dice le cose dirette come stanno, fanculo il politically correct @Kleos
Sfigatto è uno che ci prova incessamente a differenza di moltissimi altri @ SunBeam

Micione

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