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La non accettazione di sè

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La non accettazione di sè

« del: 12 Febbraio 2010, 17:17:21 »

Riflettevo in questi giorni su un tema annoso: la non accettazione di sè.

Dunque, quali sono gli eventi che portano a non accettare noi stessi?

La non accettazione di sè è, al 95%, frutto del confronto con l’esterno; e per capire questo, basta fingersi un ipotetico Robinson Crusoe: sulla sua bella isola deserta, la preoccupazione principe è il capire come fare a sopravvivere; egli si preoccuperà di scacciare gli animali feroci, e di trovare cibo che lo sfami a sufficienza; Robinson non ha problemi di accettazione di sè; è isolato, non fa parte di una comunità che può accettarlo, respingerlo, o altro.

Dal momento che l’uomo è un animale sociale, il problema si inquadra a partire dalla classica analisi di Hegel: ogni coscienza è autocoscienza, che si forma tramite il rapportarsi del soggetto con l’oggetto; in altri termini, è il frutto dell’incontro di ogni persona con la realtà e con le persone di cui questa è popolata.

Mi pare evidente che l’identità di un soggetto sia frutto del rapporto da un lato con noi stessi, dall’altro del rapporto che questo stesso rapporto ha con gli altri; è tramite il confronto, il dialogo, lo scontro, che noi riusciamo a porre noi stessi come distinti dal resto degli altri, ponendo l’io da una parte, il non-io dall’altra.

In altre parole, la nostra è un identità sociale: tutto quello che un uomo deve imparare, all’inizio della sua vita lo impara per imitazione: si impara a parlare imitanto i nostri genitori che parlano ( o chi per loro); sviluppiamo le nostre preferenze, i nostri gusti, le nostre abilità per via imitativa.
E questo ce lo portiamo per il resto della vita: anche quando non abbiamo piu’ bisogno di tale confronto, continuiamo a percepire la necessità di un’approvazione delle nostre azioni dall’esterno, o meglio, la necessità di un riscontro esterno.

A questo punto la domanda di partenza: perchè uno non si accetta?

Questa deriva dal mancato incontro tra l’idea che abbiamo circa noi stessi, e l’idea che ci ributtano in faccia gli altri (e, badate, questo non un gioco che si fa una volta per tutte, ma è un work in progress)

Banalmente, il piu' delle volte il blocco si presenta quando, in genere nel passaggio dalla fanciullezza all'adolescenza, ci si rende conto che il nostro modo di relazionarci, di comunicare con il mondo, non risulta funzionale ai nostri bisogni. Vorremmo scopare, ma non ci riusciamo; vorremmo fare i capibranco, ma non siamo all'altezza.

In soggetti di questo tipo, è il lato comunicativo a non funzionare; è tipico il formarsi di una doppia percezione di se stessi: io come sono per me, io come sono per gli altri, ove il giusto sarebbe come noi ci percepiamo, lo sbagliato la (errata) percezione che gli altri hanno di noi!

Il risentimento è il sentimento che accompagna questa discrasia: io sono giusto così, sono gli altri escrementi, bastardi, che non gliene frega una mazza di me, che mi vogliono far passare per sfigato!

Il nostro aspirante nerd si crea così due mondi:

- il suo mondo interno, ove egli è alfissimo (alfa alfa, alvin superstar, e menate varie) fatto di cose in cui è (con ogni probabilità) forte, e nelle quali, se ha una compagnia, può fare il capobranco saccente del piffero

- il mondo esterno, ove è uno sfigato, e dove non riesce a comunicare la parte interessante di sè, dove sa che le cose alle quali egli tiene, non contano un emerito caxxo (ed è lui il primo a pensarlo!)

Volendo essere realemente analitici (volendo spaccare il capello in dodici, e non solo quello...), dovremmo  fare i filosofici, e affrontare temi quali:
 
“che cosa/ chi sono io?” (noumeno)

“chi/che cosa sono io per gli altri”(fenomeno)

Domande a cui non si può realmente rispondere; nessuno di noi può sapere cosa è, dal momento che non si può porre come oggetto, essendo in prima istanza soggetti; dobbiamo quindi porre una finzione teorica:

- io noumenico da una parte, cioè quello che noi realmente siamo, e che solo una divinità potrebbe comprendere dall’alto della sua onniscenza

-io sociale, e sue relative incarnazioni ( o maschere, in gergo pirandelliano)

Quello che non accettiamo è l’io sociale; quelli che non accettiamo sono i risultati dell’interazione sociale.

Non troverete mai nessuno che non accetta le sue reali (ponendo che siano accertabili) caratteristiche:

poniamo per assurdo (e non sto ovviamente parlando di james.mar!  Laughing)  una persona cui faccia schifo l’alcool; avrà motivo di non accettare questa sua caratteristica? non credo; essa, per sè, non è nè positiva, nè negativa; potrà viceversa non accettare il fatto che, a causa di questa, in determinati contesti, si potrà trovare escluso, in minoranza, perchè gli altri che lo circondano ne fanno un fatto di comunione, di divertimento, e lui si sente escluso in quanto non partecipa di questa pratica.

Non accetterà, quindi, il frutto dell’interazione, in quanto si trova a disagio a causa di questa (ma è solo un esempio banale!)

In sintesi:

- ogni forma di non accettazione ha origine sociale, in quanto sociale, dialogico direbbe Martin Buber, è lo stesso processo che porta alla formazione dell’io

- la stessa forma piu’ estrema di non accettazione, l’odio di sè, non è mai tale in senso stretto; se ci si odia è perchè non veniamo riconosciuti per quello che noi crediamo di essere, e per quello che crediamo di meritare; non ci tributano quello che crediamo, viceversa, gli altri dovrebbero fare; è, in sostanza, una forma di amore per se stessi, spinto all’estremo.

- l’io sociale non è un qualcosa di definitivo e di oggettivo, ma, in quanto rapporto (di un rapporto), è sempre in bilico, e sempre passibile di mutamenti ed avoluzioni

- spesso capita che una determinata forma, o maschera, si cristallizzi, e non si riesca a levarsela di dosso (i drammi pirandelliani sono esemplari: i vari protagonisti si convincono a tal punto che quella forma rifletta la loro essenza, che non riescono piu’ a distaccarsene)

-qualsiasi processo di cambiamento può essere tale solo se riesce in qualche modo a sgretolare la maschera, l’io fittizio che non sentiamo rappresentativo, in quanto non funzionale e non funzionante, andando ad incontrare ed a creare una forma piu’ aderente a quel che noi realmente siamo ( o pensiamo di essere, qui la questione è delicata), e che risulti questa volta funzionante

-il miglioramento è nella rappresentazione di sè, mai nel cambiare quello che siamo; il carattere di ognuno è dato una volta per tutte.
Schopenhauer a proposito diceva: “il carattere è il destino di ognuno di noi”.

Il lavoro di fondo andrà fatto, da un lato in termini di autoanalisi, dall’altro, riuscendo a capire come ci rappresentiamo; sembrerà stupido, ma lo iato tra quello che crediamo di proiettare, e quello che realmente facciamo, alle volte è enorme (riprendentevi con una telecamera, e ve ne accorgerete)

Bisogna imparare a valorizzarci, a porci con gli altri, a comunicare noi stessi in maniera funzionante

Da qui il lavoro su noi stessi, di cui Termy ci è maestro, e che Shark definisce come lavoro sui fondamentali: è lì che si deve operare!

Nad84

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Re: La non accettazione di sè

« Risposta #1 del: 12 Febbraio 2010, 17:54:24 »

Bel post.

Apprezzo molto la profondità dell'analisi e il rigore analitico.

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james.mar

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Re: La non accettazione di sè

« Risposta #2 del: 13 Febbraio 2010, 03:50:56 »

Grazie mille!  Grin

Nad84

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Re: La non accettazione di sè

« Risposta #3 del: 13 Febbraio 2010, 15:42:08 »

Best Of subito Wink

Otre ad aver dato una buona definizione di identità hai anche esposto dei punti che (esplicitamente o implicitamente) sono il fondamento di ogni 3d del forum. +1

Citato da: nad84 il 12 Febbraio 2010, 17:17:21

- ogni forma di non accettazione ha origine sociale, in quanto sociale, dialogico direbbe Martin Buber, è lo stesso processo che porta alla formazione dell’io

- la stessa forma piu’ estrema di non accettazione, l’odio di sè, non è mai tale in senso stretto; se ci si odia è perchè non veniamo riconosciuti per quello che noi crediamo di essere, e per quello che crediamo di meritare; non ci tributano quello che crediamo, viceversa, gli altri dovrebbero fare; è, in sostanza, una forma di amore per se stessi, spinto all’estremo.

- l’io sociale non è un qualcosa di definitivo e di oggettivo, ma, in quanto rapporto (di un rapporto), è sempre in bilico, e sempre passibile di mutamenti ed avoluzioni

- spesso capita che una determinata forma, o maschera, si cristallizzi, e non si riesca a levarsela di dosso (i drammi pirandelliani sono esemplari: i vari protagonisti si convincono a tal punto che quella forma rifletta la loro essenza, che non riescono piu’ a distaccarsene)

-qualsiasi processo di cambiamento può essere tale solo se riesce in qualche modo a sgretolare la maschera, l’io fittizio che non sentiamo rappresentativo, in quanto non funzionale e non funzionante, andando ad incontrare ed a creare una forma piu’ aderente a quel che noi realmente siamo ( o pensiamo di essere, qui la questione è delicata), e che risulti questa volta funzionante

-il miglioramento è nella rappresentazione di sè, mai nel cambiare quello che siamo; il carattere di ognuno è dato una volta per tutte.
Schopenhauer a proposito diceva: “il carattere è il destino di ognuno di noi”.

...

Citato da: nad84 il 12 Febbraio 2010, 17:17:21

Mi pare evidente che l’identità di un soggetto sia frutto del rapporto da un lato con noi stessi, dall’altro del rapporto che questo stesso rapporto ha con gli altri; è tramite il confronto, il dialogo, lo scontro, che noi riusciamo a porre noi stessi come distinti dal resto degli altri, ponendo l’io da una parte, il non-io dall’altra.

Hai lanciato la palla per parlare di filosofia orientale... unico spiraglio di salvezza dall'eccessivo individualismo dell'occidente. Credo infatti che molti dei nostri problemi di identità derivino da una smoderata demarcazione tra io e non-io.

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Re: La non accettazione di sè

« Risposta #4 del: 13 Febbraio 2010, 16:56:45 »

Appoggio il Best Of.

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Kierkegaard

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Re: La non accettazione di sè

« Risposta #5 del: 16 Febbraio 2010, 16:22:34 »

+1 Thumbs Up e best off.

Il consiglio di videoriprenderci e vedere "cosa proiettiamo", lo abbiamo fatto al corso cui sto partecipando con l'azienda, affermo con cognizione di causa che, dalla prima videoripresa alla seconda, in cui ero "conscio di me", il miglioramento c'è stato subito, lo hanno notato tutti i colleghi.

Importante inoltre è uina cosa molto importante, il rispetto percepito di cui non mi pare il nostro abbia parlato.
Per rispetto percepito, mi riferisco al rispetto che noi riteniamo gli altri ci diano, se lo percepiamo come insufficente, saremo portati ad esigerlo, questo può farci percepire come violen.... Shocked caxxo.... Confused

Questa sera mi fumo un sigaro e ci ragiono... vuoi vedere che ho trovato un'altro aspetto su cui riflettere...
nel frattempo apro un tred Evil

P.S. Continuo ad essere uno escremento che se gli gira ti sfancula, ma ora lo sono consciamente Laughing

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Re: La non accettazione di sè

« Risposta #6 del: 16 Febbraio 2010, 17:36:06 »

Grazie e a tutti per i plus one, e per le proposte di best OF! il mio ego ne risulta fortemente lusingato!

Colgo l'occasione per aggiungere una chiosa che ho fatto qualche giorno fa ad una questione che ha sollevato un mio amico relativamente al testo:

"a mio avviso può accadere che non ci si accetti per il motivo opposto. Parlo delle cose che ci arrivano dall’esterno (e non, come detto prima, di quello che noi comunichiamo all’esterno). Parlo quindi di non accettarsi perchè non si accetta quello che c’è intorno"

Vedi, io penso che la non accettazione, in qualunque modo la possiamo mettere, sia un errore! Poniamo che io sia un povero cristo che di botto si trova sul lastrico, con figli a carico ecc, e non sa, ahiluiu, che cazzarola fare per andare avanti! Dire a questo che deve accettare la situazione, è un consiglio giusto e sbagliato allo stesso tempo; è giusto perchè accettare una situazione vuol dire porsi da una parte e dire: OK, è così, sono successe le seguenti cose che mi hanno portato allo stato dei fatti attuali. Il passato non si può cambiare per definizione, si può solo agire per cambiare quello che sarà (e che potrà essere); è sbagliato se la si intende come passività, come rassegnazione, come riconoscimento dell’impossibilità di cambiare alcunchè.

Che voglio dire quindi?
Voglio dire che accettare una situazione è l’unico modo serio che abbiamo per porci realmente e concretamente di fronte a questa situazione:; la si accetta, per poi andare avanti, e cambiare cosa non ci aggrada.

In secondo luogo; mi pare che metti in campo campo due cose diverse; da un lato dici che il contesto non ti aggrada, e non capisci perchè invece quello stesso contesto sia gradito ad un tuo amico; poi dici di non credere di essere all’altezza di integrarti in quel contesto. Il che mi sembrano due cose diverse!

Se a me non piace un contesto, bisogna vedere il perchè, cioè, se è una cosa primaria o derivata! Se non mi piace perchè in contrasto con i miei valori basilari, allora me ne fotto! E’ lui ad essere sbagliato, non io! Come se venissi messo in un contesto di camorristi! L’unico mio desiderio sarebbe fuggirne!

Se non mi piace perchè in quel contesto non riesco a soddisfare i miei bisogni primari (sui quali si può discutere, è difficile definirli in modo univoco), se cioè io sono non funzionante, il problema si presenta sotto una luce diversa! Sono io che non sono stato in grado di sviluppare capacità vincenti relativamente al contesto; il che implica che, se vivessimo nella savana, ed io fossi un leone, sarei un leone morto, e morto senza riuscire a tramandare nulla dei propri geni (morto quindi due volte)

Se non mi reputo all’altezza, è perchè non riesco ad interagire in modo funzionale in quel tipo di contesto, e rientra nell’analisi cui sopra!

Sono brutale forse in questa visione che sto sviluppando, ma la vedo molto come “homo homini lupus”: dobbiamo capire quali sono i nostri bisogni, ed ingegnarci al fine di poterl soddisfare! E, sopratutto, trovare la forza di cambiare quanto è in nostro potere cambiare! Ma è necessario volerlo fortemente!

nad84

« Ultima modifica: 16 Febbraio 2010, 17:44:49 da nad84 »

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