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Identità, sofferenza e sforzo creativo

(Letto 1360 volte)

Identità, sofferenza e sforzo creativo

« del: 27 Giugno 2011, 17:06:49 »

Questo post nasce inizialmente come risposta al post di lucalych http://seduzioneitaliana....to-dellidentita/msg92812/
ma essendo diventato notevolmente più corposo del post cui voleva far da risposta, lo rendo topic autonomo.

Il tema di cui parlerò è il conflitto tra individuo e società, tema abusato, ma vorrei precisare da dove ha origine, cosa implica, ed alcuni rischi correlati

Il fenomeno non è così recente come il  post di l.farebbe pensare, ma manco antichissimo; diciamo che prende l'avvio con la cosiddetta era democratica, dalle 2 rivoluzioni in poi; prima della riv. francese, l'identità di una persona coincideva per larga parte con la posizione sociale (e gerarchica) che lui occupava; se nascevi contadino, da padre contadino, nella valle tal dei talis, al 99% saresti rimasto contadino, e avresti continuato a vivere li; non c'era quindi, come oggi, quel tipo di ansia bestiale che hanno le persone, che devono lottare per la conquista di un identità; oggi le identità sono liquide, mobili; c'è virtualmente la possibilità di fare qualsiasi cosa, di diventare qualsiasi cosa (il dramma del mito democratico: voler far pensare alla gente che tutti ce la possono fare, che tutti possono fare una vita di successo)

cmq sia: il fatto di poter essere qualsiasi cosa, implica anche la difficoltà estrema nell'esser compiutamente qualcosa, nel fermarsi su una sola identità; puoi esser tutto, alla fine non sei nessuno. La conseguenza è lo smarrimento di sè, il non sapere chi si è, non sapere che minchia di pesci prendere

Ed allora: le persone, oggi sempre più spesso, lamentano questa incertezza, lamentano l'esser in crisi, il non sapere chi sono; tale crisi porta ad un fatto: se non sai chi sei, la cosa più semplice è esser come tutti gli altri; piazzarsi quindi addosso i segni dell'identità collettiva; se non sai chi sei, è facile (anzi è comodo, e da un senso di sicurezza e di appagamento) ll provare a fare come tutti, entrando in una modalità "collettiva".

NOn farà una cosa perchè la vuole fare, ma la farà perchè "si fa".

Fare come tutti è facile: non subiremo più critiche, non ci sentiremo sempre sotto pressione, non dovremo più lottare e sforzarci per affermare contenuti non banali; insomma, è una pacchia. Certo, persone così sono morto dentro, sono talmente schifose che io non ci parlerei nemmeno, ma tant'è.

Opporsi alla massa, andare controcorrente per afferma la propria individualità come unica, implica grosse difficoltà, sofferenze e incomprensioni. E questo perché chi non si uniforma, chi la vive in maniera diversa, è visto come un pericolo.

 Il rischio che si corre, quando si vuole affermare la proprio identità, è di identificarci con “la diversità”; il diventare contro, il non fare quel che si fa di solito, ma porsi in una posizione sempre di conflitto; persone così sembrano combattere per le proprio idee, in realtò combattono per testimoniare e affermare la propria diversità

Egli non esiste: si contrappone; ed è una esistenza inautentica, fasulla, allo stesso modo di quella schicciata sulla massa.

Il problema allora è arrivare ad una identità, che sia nostra, che non sia massificata, e che non sia manco fondata completamente sulla negazione; il che implica uno sforzo creativo notevolissimo.
Lottare per la conquista di tale identità è difficile, lo ripeto; comodo è seguire vie già battute, non mettersi in pericolo, non rischiare nulla di sé, provando a tirar fuori quel che realmente siamo. Uscire dalla mediocrità, diventare grandi, significa esporsi, mettersi in prima linea e combattere. La realtà esterna è organizzata in maniera tale da incoraggiARE la scelta della mediocrità, che sarebbe più funzionale alla sua sopravvivenza ed al quieto vivere. Nessuno ci rimpreverà mai se decidiamo di di essere persone modeste, di accontentarci degli avanzi della vita. Nessuno ci rimprovererà mai se diremo e penseremo quel che tutti dicono e pensano; anzi...

La conquista di tale identità si consegue solo attraverso la sofferenza; non c'è scampo; perché ci sentiremo abbandonati, incompresi, soli, stanchi; è il destino di tutti i creatori.

Io per questo apprezzo post come quello di kleos, perchè su tutto, rivela una profonda sofferenza; lui ci sta da cani, ma quella sua testimonianza evidenzia il suo non volersi piegare alla mediocrità; dipende tutto da cosa farà di questo suo disagio se riuscirà ad elaborarlo creativamente.

in un percorso come questo non è ipotizzabile non vivere momenti di sconforto, financo di depressione :lo stesso Gesu, quando si sente abbandonato, ha un momento di sconforto, e grida verso il padre" Dio mio, Dio mio, perchè mi hai abbandonato?"

ma il nostro (nostro per chi si sente chiamato a questo) compito è trasformare questa sofferenza, riuscire alla fine di tutto a leggerla come positiva, financo ad amarla

“le grandi epoche della storia si verificano quando l'uomo ha il coraggio di ridefinire il proprio male, considerandolo come quel che di meglio possiede” (nietzsche, dai frammenti 1886)

Se vogliamo “provocare in noi stessi quello scatto propulsivo che permetta di afferrare le redini dell'esistenza, dobbiamo riuscire a vedere come fecondo quello che abbiamo considerato come più sbagliato, più brutto, più inadatto, e riconoscere l'inaffidabilità di quel che per noi era pià prezioso” (a. carotenuto, da Eros e pathos)

Ma ripeto, questo è lavoro per pochissimi eletti; i più si acconteranno di  vivacchiare, si accontentano pur di non rischiare nulla (cazzi loro); ma se si tenta si può fallire, se non si tenta è sicuro che non falliremo mai,certo, ma anche che non vinceremo nulla

« Ultima modifica: 27 Giugno 2011, 17:42:15 da Nad »

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Re: Identità, sofferenza e sforzo creativo

« Risposta #1 del: 27 Giugno 2011, 20:34:23 »

Complimenti per l'ottima analisi, una domanda: come facciamo a capire davvero ciò che vogliamo dalla vita o da noi stessi? magari crediamo di voler essere in un determinato modo, o di volere qualcosa, lottiamo anche per ottenerla, ma in fondo solo perchè siamo stati incosciamente influenzati dalla società e dalla massa che giustamente critichi...sembra banale ma volte è un bel casino capire davvero ciò che si vuole  Smile

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Re: Identità, sofferenza e sforzo creativo

« Risposta #2 del: 27 Giugno 2011, 21:22:15 »

Citato da: legolas_ il 27 Giugno 2011, 20:34:23

una domanda: come facciamo a capire davvero ciò che vogliamo dalla vita o da noi stessi?

non ne ho la più pallida idea  Shocked nel senso, non credo ci possa essere un metodo che ti può condurre a questa meta; i greci dicevano "conosci te stesso", ed è l'unico consiglio serio; il problema è che nessuno si può conoscere fino in fondo;

Citato da: legolas_ il 27 Giugno 2011, 20:34:23

magari crediamo di voler essere in un determinato modo, o di volere qualcosa, lottiamo anche per ottenerla, ma in fondo solo perchè siamo stati incosciamente influenzati dalla società e dalla massa che giustamente critichi...

il problema però non si supera solo rendendosi conto che una data istanza è frutto della pressione sociale, e non corrisponde ai nostri reali desiderata; prendiamo me e la seduzione;: io sono conscio che questo percorso che sto facendo ha una radice esterna, e sa di rivalsa; lo faccio per l'ego, per sentirmi a posto con la coscienza, e non sentirmi da meno di tanti escrementi; ma non per questo è una cosa meno important

insomma, la vita è fatta di tante cose, non si può manco dire "faccio solo il caxxo che mi pare" perchè è idea utopica; sono anche convinto che riuscire ad avere le idee un po' più chiare su se stessi, e sul proprio percorso, non riesca in genere prima dei 40; per i più invece non arriva manco a 80

insomma, è un bel casino, e non posso darti una grossa mano  Sad

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Re: Identità, sofferenza e sforzo creativo

« Risposta #3 del: 28 Giugno 2011, 00:27:47 »

Figurati la mia era una semplice constatazione più che una domanda  Smile
Può sembrare banale, ma alla fine credo dovremmo semplicemente fare ciò che ci fa stare bene con noi stessi.Capire realmente qual'è la cosa giusta da fare per la nostra vita è difficile, e come hai giustamente detto spesso ce ne rendiamo conto molto tardi..Hai citato la seduzione, lo fai per rivalsa, per l'ego, e credo che ora non rinunceresti per nessuno a seguire questo percorso, perchè è una cosa che ti fa stare bene.Come per la seduzione credo che in tutti i campi della vita dovremmo agire così, anche se spesso non è facile andare "contro" la società e le sue regole nonostante questo ci faccia stare bene con noi stessi(vedi topic di Kleos).

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Re: Identità, sofferenza e sforzo creativo

« Risposta #4 del: 28 Giugno 2011, 00:57:08 »

Best of, dritto filato.

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Re: Identità, sofferenza e sforzo creativo

« Risposta #5 del: 28 Giugno 2011, 01:04:34 »

e niente +1?   Cry

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Re: Identità, sofferenza e sforzo creativo

« Risposta #6 del: 28 Giugno 2011, 02:54:22 »

Citato da: legolas_ il 27 Giugno 2011, 20:34:23

Complimenti per l'ottima analisi, una domanda: come facciamo a capire davvero ciò che vogliamo dalla vita o da noi stessi? magari crediamo di voler essere in un determinato modo, o di volere qualcosa, lottiamo anche per ottenerla, ma in fondo solo perchè siamo stati incosciamente influenzati dalla società e dalla massa che giustamente critichi...sembra banale ma volte è un bel casino capire davvero ciò che si vuole  Smile

Ti giro la domanda, sulla base di cosa scegli un percorso?

Ora. Grazie a dio, nell'infanzia di ognuno di noi i genitori, le figure importanti, il tendere verso qualcosa, hanno contribuito a sganciarci le cosiddette "passioni", che si tramutano più avanti in ricettività verso un evento. Quindi talento.
Nel concreto, faccio l'esempio di un ragazzo cresciuto nel mio stesso paese.
Eravamo alle elementari. Ognuno a quell'età ha un po' le proprie tendenze, c'è a chi piace fare castelli con la sabbia, chi saltare la corda, chi arrampicarsi sugli scivoli, sulle altalene e chi giocare a calcio. Lui era uno di quelli che giocava a calcio, in qualsiasi occasione. Era morbosa la sua voglia, incondizionabile. Nemmeno le ragazzine lo facevan rinunciare al pallone. Questa è la tendenza verso un evento, che è terreno fertile per la nascita della familiarità verso qualcosa.
Da giovane più che il razionalizzare che vuoi fare il calciatore come professione, ti muovi per passione. Vai agli allenamenti per passione, stai sotto l'acqua a giocare per passione, fai le partite con 5 gradi per passione.
Alle medie era nel settore giovanile dell'Atalanta, uno dei vivai più importanti del settore, e nelle partite di istituto lo notavi perché era l'unico in tutta la scuola a giocare guardando i movimenti dei compagni e non la palla. Insomma con il tempo si è creato un talento. Man mano ha giocato nell'Udinese, nel Parma e ora fa il centrale difensivo nel Bari, che per chi non lo sapesse è una delle 20 squadre più forti d'Italia. Questo è quando la passione e il talento si intrecciano, sfociando nel successo. (e non nego che serva pure la fortuna)

Ora, detto questo, lui è l'esempio di come è possibile sradicarsi da una famiglia di operai, per diventare calciatori di alto livello. Quindi come diceva Nad, l'esistenza delle opportunità per tutti, conseguente allo sviluppo dell'era democratica. (tutto questo è impensabile in periodo oligarchico)
Resta che c'è tantissima gente del mio paese che ha provato a fare il suo percorso. E perché non ci è riuscita?
Perché ci si perde per strada, dal momento che si può fare tutto. e non c'è costanza nella cosa.
E' come entrare in un supermercato, c'è il reparto di fotografia, di videogiochi, di sport, di cibo, di televisioni, di moda. L'uomo con costanza, appena supera la porta scorrevole, ha già in mente che deve andare nel reparto disegno per comprare dei colori ad olio utili a finire la tela. La gente più dispersiva, nel mentre, si ferma al reparto di fotografia a guardare gli obiettivi, fa un giro a vedere le televisioni e va a comprarsi un maglione rosso di cachemire.

Ora viviamo in quest'epoca, ed è quello che dicevo nel mio post. Viviamo nell'epoca della dispersione, del volere tutto. Smarriamo di conseguenza la nostra identità, quel che siamo. I nostri talenti non li alimentiamo, non gli nutriamo di proteine ogni giorno, le nostre passioni si intrecciano ad altre, formando sì un essere completo, ma inutile. Il tuttologo a che caxxo serve? Se hai una psicosi vai dallo psichiatra, se hai mal di testa vai dal dottore, se devi mettere apposto dei conti vai dal commercialista e così via. Il tuttologo è incompleto. E' l'emblema della società moderna. Dello smarrimento al supermercato.

Ora, è vero che virtualmente una persona può raggiungere ogni cosa, ma a che costo? Al costo della tendenza all'azzeramento di quelle che sono le cose in secondo piano e che non ti servono. Cristiddio, che minchia ti serve fare un corso di canto, se sei un laureando in ingegneria aerospaziale?
Quello che fa la differenza a 7 anni con gli altri bambini è la testa. La tua capacità di dare priorità alle cose. Di capire quali sono le tue passioni. Dato che la razionalizzazione in quegli anni è poca, si immette, la "fortuna", o la capacità dei genitori di spingerti su una strada e non fartene coltivare altre.

Concludo dicendo che il successo, o almeno buona parte, è questione di priorità, costanza. quindi di talento.
L'importanza del talento. Il talento è predisposizione. E' quello che ti permette di avere familiarità con una cosa, e scalare le cosiddette posizioni sociali. Se ho grandi capacità nell'informatica mi laureo nel minimo del tempo con il massimo dei voti, entro in una grande azienda del settore, e scavalco gente che ha meno talento di me. Perché sono più recettivo, ci arrivo prima.
A voglia te di leggere manuali, riviste e quant'altro quando c'è gente che fa cose in molto meno tempo per pura predisposizione, perché ne è portata. Questo è il talento a cui accampo.
Ognuno ha il suo, e credo che una persona, se si conosce, sa in quali cose brilla e in cosa ci mette un po' di più.

« Ultima modifica: 28 Giugno 2011, 03:26:27 da lucalynch »

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Re: Identità, sofferenza e sforzo creativo

« Risposta #7 del: 28 Giugno 2011, 13:02:54 »

Citato da: Nad il 28 Giugno 2011, 01:04:34

e niente +1?   Cry

Molto di più, ti dò "più azn"

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Re: Identità, sofferenza e sforzo creativo

« Risposta #8 del: 28 Giugno 2011, 15:25:03 »

Post ben fatto e sentito,soprattutto perchè è la concretizzazione di alcune considerazioni che girovagavano per la mia testolina da un po' di tempo,ma a cui non riuscivo a dare una forma omogenea.

Il best off(cit.) forse è esagerato,pero' un + 1  non si nega a nessuno,cosi' come non si nega un Exclamation destrorso :

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Re: Identità, sofferenza e sforzo creativo

« Risposta #9 del: 28 Giugno 2011, 15:30:24 »

Citato da: sixteen il 28 Giugno 2011, 15:25:03

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bellissimo!

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Re: Identità, sofferenza e sforzo creativo

« Risposta #10 del: 01 Luglio 2011, 20:51:20 »

Forse è un caso Nad, ma dopo aver letto poche righe ho subito pensato al superuomo nicciano

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Re: Identità, sofferenza e sforzo creativo

« Risposta #11 del: 02 Luglio 2011, 00:20:05 »

Anche io vedo (con estremo piacere) molto spesso idee nietzschiane in Nad...
Chiedo conferma all'autore del post se è confermabile questa mia opinione...

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Re: Identità, sofferenza e sforzo creativo

« Risposta #12 del: 02 Luglio 2011, 01:42:52 »

c'è molto di nietzsche in quello che scrivo; non per nulla ho anche messo una cit dai frammenti postumi; la stessa parte dove dico di dover imparare ad amare la propria sofferenza, ricorda molto da vicino l'amor fati

( e meno male che non dovevo scrivere sul forum...)

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