Proverò a trasmettere il mio percorso di felicità, per quanto non sia semplice farlo per iscritto e in qualche riga. Ma farò del mio meglio, sicuramente non riuscirò a chiarire tutti i possibili dubbi, ma come dicevo sarò felice di rispondere ad eventuali domande. Del resto, condensare in un post qualcosa di così delicato e vasto non credo sia possibile. Farò una specie di riassunto, toccando tutti i punti importanti ma molto sinteticamente. Non sono concetti molto immediati, il mio consiglio è quello di soffermarcisi un po' di tempo sopra, rileggere, pensare, approfondire.
Iniziamo dall'aspetto più importante. Definiamo la felicità, altrimenti si corre il rischio di parlare di cose diverse. La felicità è la diretta conseguenza del provare Amore. Requisito per provare l'Amore, è la consapevolezza. Volendo sintetizzare il percorso, pertanto:
Consapevolezza → Amore → Felicità.
1. CONSAPEVOLEZZA
Il concetto chiave per capire la felicità è quello di "consapevolezza". La felicità, poggia le sue basi su questo enorme concetto. Cos'è la consapevolezza? Riporto un brano tratto da un discorso di Buddha, che come tutti saprete è un personaggio storico realmente esistito.
"Bambini, dopo avere sbucciato un mandarino, potete mangiarlo con consapevolezza o distrattamente. Cosa significa mangiare un mandarino con consapevolezza? Mangiando un mandarino, sapete che lo state mangiando. Ne gustate pienamente la fragranza e la dolcezza. Sbucciando il mandarino, sapete che lo state sbucciando; staccandone uno spicchio e portandolo alla bocca, sapete che lo state staccando e portando alla bocca; gustando la fragranza e la dolcezza del mandarino, sapete che ne state gustando la fragranza e la dolcezza. Il mandarino che Nandabala mi ha offerto aveva nove spicchi. Li ho messi in bocca uno per uno in consapevolezza e ho sentito quanto sono splendidi e preziosi. Non ho dimenticato il mandarino, e così il mandarino è diventato qualcosa di molto reale. Se il mandarino è reale, anche chi lo mangia è reale. Ecco cosa significa mangiare un mandarino con consapevolezza.
Bambini, cosa significa mangiare un mandarino senza consapevolezza? Mangiando un mandarino, non sapete che lo state mangiando. Non ne gustate la fragranza e la dolcezza. Sbucciando il mandarino, non sapete che lo state sbucciando; staccandone uno spicchio e portandolo alla bocca, non sapete che lo state staccando e portando alla bocca; gustando la fragranza e la dolcezza del mandarino, non sapete che ne state gustando la fragranza e la dolcezza. Così facendo, non potete apprezzarne la natura splendida e preziosa. Se non siete consapevoli di mangiarlo, il mandarino non è reale. Se il mandarino non è reale, neppure chi lo mangia è reale. Ecco cosa significa mangiare un mandarino senza consapevolezza.
Bambini, mangiare il mandarino con presenza mentale significa essere davvero in contatto con ciò che mangiate. La vostra mente non rincorre i pensieri riguardo allo ieri o al domani, ma dimora totalmente nel momento presente. Il mandarino è totalmente presente. Vivere con presenza mentale e consapevolezza vuol dire vivere nel momento presente, con il corpo e la mente che dimorano nel qui e ora".
Di norma le persone vivono in uno stato di non-consapevolezza dal giorno in cui nascono al giorno in cui muoiono. Nascono, crescono, muoiono dormendo. Non vedono la realtà. Dormono. Emblematico, infatti, che il Buddha fosse detto "il risvegliato" ma anche l'"illuminato". Illuminazione significa risveglio. Una frase significativa di De Mello, un padre gesuita di cui vi consiglio la lettura, recita "la vita è quella cosa che ci accade mentre siamo impegnati a fare altri progetti".
Il primo grande passo, è rendersi conto di essere addormentati. Farlo è già un enorme passo in avanti.
Ma qual è questa realtà, che la persona addormentata non riesce a vedere? La verità è che tutto va bene. Il mondo va bene. Sei tu che non lo accetti. Sei tu che ragioni in termine di giusto o sbagliato. Sei tu che decidi, ovviamente inconsapevolmente, che per essere felice hai bisogno di questo e quell'altro. Sei tu che colori la realtà di sfumature. Ma la colpa è tua. La realtà è sempre quella. Sei tu che fai i capricci, e non vuoi accettare le cose come sono. Per questo soffri: la sofferenza (interiore) è semplicemente una difformità tra quello che ti aspetti, tra quello che ritieni giusto, e quello che è realmente. Niente più. Se vedessi le cose come stanno realmente, non conosceresti la sofferenza.
Faccio un esempio: se una ragazza piange, soffre e si lamenta perché non trova il Principe Azzurro, di chi è la colpa della sua sofferenza? Solo sua, non certo del mondo, dell' ex ragazzo, o di chiunque altro. Consapevolezza, risveglio. Se lei fosse consapevole, se vedesse la realtà per quello che è senza colorarla, capirebbe che lei ha subordinato la sua idea di felicità ad avere un certo tipo di ragazzo. Fa i capricci. In questo esempio, la SUA realtà è: "il mondo è ingiusto, ma cos'ho fatto di male per meritarmi questo, cos'ho che non va". Ma LA realtà è semplicemente "non ho il ragazzo". Se la SUA realtà si limitasse alLA realtà, non esisterebbe sofferenza.
La verità è che la gente non vuole essere felice tout court, ma è disposta ad essere felice A CONDIZIONE che abbia X, Y, Z. E' evidente il ruolo dei condizionamente sociali e familiari in questo.
Ma per la felicità occorre sperimentare la consapevolezza, e quindi il risveglio.
Risvegliarsi vuol dire vedere le cose come sono. Capire a fondo che, davvero, va bene così. Che il mondo va bene così. Che sei una delle tante forme di vita su questo mondo. Nulla di più. Vivere con gli occhi aperti. Rinunciare alla favolette.
Il secondo grande passo, è dunque capire che il mondo non ha niente che non va. Siamo noi a fare i capricci.
La gente, nella realtà di tutti i giorni, fa tutt'altro. Decide, più o meno consciamente, che per essere felice gli serve Z. Passa tutta la vita tra mille sforzi e sofferenze ad ottenere Z. Quando ottiene Z, capisce che non è felice. Allora ci pensa su a lungo, passa una settimana, ne passano due, e finalmente capisce che in realtà per essere felice gli serviva Y. E ricomincia da capo la sua folle corsa.
Per essere felici occorre capire che non serve niente di esterno a noi per essere felici. Non serve essere amati, non serve avere amici, non serve NIENTE. Non ne hai bisogno. Quello che hai, è un di più, e il fatto di non averne bisogno ti permette di goderne immensamente.
Racconto un aneddoto.
Anni fa in vacanza sono stato in un paese poverissimo. Sono entrato in un monastero induista, con le mie belle scarpettine firmate, la mia macchinina digitale e i miei insulsi problemi da occidentale. In questo paese le persone sono davvero povere, e faticano a mangiare. Sono entrato a visitare questo edificio meraviglioso con molta riservatezza, cercando di non infastidire queste persone in un luogo così sacro. Lì ho visto persone donare quantità enormi di frutta, che venivano lasciate su grossi ripiani in onore alle loro divinità. Persone che muoiono di fame! Ed erano tutti sorridenti, trasmettevano una serenità interiore imbarazzante. Mi invitavano con lo sguardo e con i gesti a condividere con loro quei preziosi momenti di meditazione.Sono uscito da quel monastero frantumato, avevo capito che il povero ero io, non loro. Davvero, mi sono sentito una merda. L'addormentato ero io. Quello che sprecava le sue giornate soffrendo per la tipetta che non me la dava, ero io. E la responsabilità, guarda un pò, era mia. Non di lei, non di Dio, non del mondo, non del destino crudele.
La felicità è dunque in primis consapevolezza.
Se soffri, non sei consapevole. Se una situazione ti crea disagio, stress, sofferenza, o qualunque sentimento negativo, rispetto a quella situazione non sei consapevole. Non vuoi vedere le cose come stanno, non vuoi accettare la realtà, vuoi imporre la tua idea di realtà.
Una frase splendida, di nuovo tratta da un libro di De Mello, recita grossomodo "La natura della pioggia è sempre la stessa: eppure fa crescere le rose nei giardini e crea il fango nelle paludi". Le situazioni sono neutre, la realtà è neutra. Non è giusta, non è sbagliata. E' solo la realtà. Se ti lascia la ragazza, la realtà è solo: la ragazza ti ha lasciato. Stop. La tua reazione emotiva ce la aggiungi tu. Sei tu che aggiungi "la mia ragazza mi ha lasciato allora la vita fa schifo/non valgo un cazzo/non ne troverò mai più un'altra".
Ci sarebbero molte altre cose da aggiungere sulla consapevolezza, ma credo di aver sfiorato i nervi più scoperti.
2. AMORE.
Se sperimentiamo la consapevolezza abbiamo fatto tabula rasa dei sentimenti negativi. Abbiamo sviluppato la capacità di osservare e percepire la realtà per ciò che è. Non ragioniamo più in termini di giusto o sbagliato, non poniamo condizioni alla nostra felicità.
Su questo terreno fertile, possiamo iniziare a utilizzare l'unico vero potere soprannaturale che è stato donato all'Uomo: la capacità di provare Amore. L'amore di cui sto parlando non c'entra nulla con l'amore comunemente detto. Quello non è amore, è un contratto di scambio mischiato ad attaccamento. Le persone si fidanzano con il partner migliore che trovano su piazza rispetto alle loro capacità, ma l'ottica molto spesso è quella del prendere amore. In realtà noi non vogliamo amare, vogliamo essere amati. Siamo profondamente egoisti di base, perché siamo addormentati. Ci attacchiamo a chi ci dimostra amore, prendiamo tutto il possibile, non ci soffermiamo neanche ad osservare con chi abbiamo a che fare, non vediamo consapevolemente che abbiamo di fronte. Ci creiamo in mente un'idea della persona con cui stiamo, dei nostri amici, dei nostri affetti che ha poco a che vedere col reale. Poi, quando il tempo ci dimostra che la nostra idea era sbagliata, veniamo fuori con "mi hai deluso", e puntualmente soffriamo come bestie (come dicevo sopra, sofferenza=non consapevolezza). Questo non è amore, è un disperato attaccarsi a chi ci può dare un pò di illusione d'amore. E' il drogato in crisi di astinenza che ucciderebbe per una dose. Ugualmente, noi cerchiamo il sollievo, non la cura. Prendiamo e pretendiamo dal prossimo un pizzico d'amore, e perciò patiamo mille sofferenze.
Questo perché siamo profondamente convinti che per essere felici bisogna essere amati. Se ci pensate bene, è una follia. L'amore rende felice chi lo prova, non l'oggetto dell'amore. Quindi per essere felici dobbiamo AMARE, provare amore, non essere amati.
"Chi ama davvero ama il mondo intero, non soltanto un individuo particolare. " (Erich Fromm).
Ma come si fa a provare Amore?
Il primo requisito è la consapevolezza. Per amare X, devo vederlo per quella che è. Togliere i miei preconcetti, i miei pensieri, e coglierlo per quello che è. Dopo aver visto la cosa per quella che è, l'accetto profondamente. L'accetto per quello che è. Non la voglio cambiare. Non la giudico. Non vi appiccico sopra maledette etichette. Accetto la sua impermanenza, il fatto che potrebbe venir meno da un momento all'altro, che potrebbe cambiare. Non la valuto. La osservo. Godo della sua presenza, della sua compagnia, del suo essere. Provare Amore per X, vuol quindi dire secondo me accettare profondamente X dopo averlo visto con gli occhi della consapevolezza.
Se quindi posso provare Amore, dipende da me provarlo. Non ho bisogno di altro. Non ho bisogno di essere ricambiato. Provo Amore senza chiedere nulla in cambio. Ma, attenzione, non lo faccio perché sono buono e mi tolgo qualcosa. Lo faccio, in definitiva, per mio tornaconto personale. E' spettacolare. Dando Amore, io mi arricchisco di altro Amore. Più provo Amore, più mi riempio di Amore. Fino ad arrivare al punto massimo di elevazione spirituale possibile, l'Amore Universale, l'Amore per tutto quello che c'è sulla Terra. Questa è la vetta della montagna, ma non c'è bisogno di arrivare a tanto per provare la felicità: basta andare in questa direzione, basta impostare la rotta verso questa meta, e godersi il viaggio.
Edward